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Tempio di ErcoleTempio di ErcoleTempio di Ercole (Eracle)

Il tempio, la cui attribuzione ad Ercole si deve a una testimonianza di Cicerone ritenuta generalmente attendibile, è il più antico dei templi di Agrigento e si data nella sua fase originale alla fine del VI sec. a.C.

L'edificio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico e poggia su un basamento di tre gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e quindici sui lati Tempio di Ercole Bianco e neroTempio di Ercole Bianco e nerolunghi. L'interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovavano le scale di accesso al tetto che era decorato da gocciolatoi per l'acqua piovana a forma di teste di leone. A Est del tempio, i resti di un altare monumentale. Durante l'età romana la cella fu suddivisa in tre vani, forse perchè ad Ercole fu associato il culto di altre due divinità; una di queste potrebbe essere stata Esculapio (Asclepio), di cui si è rinvenuta una statua di marmo di età romana proprio all'interno della cella modificata.

Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1921 quando, su iniziativa del capitano inglese Alexander Hardcastle, furono rialzate otto colonne del lato sud sino agli ultimi interventi di tipo conservativo effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

 

UNA DELLE COLONNE DEL TEMPIO DI GIOVEUNA DELLE COLONNE DEL TEMPIO DI GIOVE

Tempio di Giove (Zeus)

Il tempio di Zeus o Giove Olimpico, costruito in calcarenite locale, è uno dei pochi edifici sacri agrigentini di cui è sicura l'attribuzione alla divinità ed era il più grande tempio dorico dell'Occidente.

L'edificio è noto da due fonti antiche. Polibio (II sec. a.C.) ne parla nella sua opera storica e lo descrive come incompiuto e Diodoro Siculo (I sec. a.C.) fornisce u na descrizione dettagliata del tempio, che risulta, però, in alcuni punti problematica. Sulla base di questo passo la realizzazione del tempio viene collocata dopo la vittoriosa battaglia sui Cartaginesi ad Himera nel 480 a.C.

Le più recenti indagini mettono in discussione questa datazione poichè il progetto del tempio di Giove Olimpico si discosta da quelli del tempio di Atena a Siracusa e del tempio di Himera, entrambi realizzati dopo l'accordo di pace del 480 a.C. Non è escluso, pertanto, che la progettazione del tempio e l'inizio UN'ALTRA COLONNAUN'ALTRA COLONNAdei lavori per la sua realizzazione vadano collocati in un periodo precedente e si possano mettere in relazione con l'inizio della tirannia di Terone (488-472 a.C.).

I resti monumentali oggi visibili sono ciò che rimane a seguito delle distruzioni di epoca antica e recente, come quella avvenuta nel XVIII secolo quando le rovine divennero cava di pietra per la costruzione del molo di Porto Empedocle (1749-63).

Il grandioso edificio era collocato su una imponente piattaforma rettangolare su cui si ergeva un basamento (crepidoma) di cinque gradini, di cui quello superiore, alto il doppio dei restanti, formava una specie di podio che separava nettamente l'altezza del tempio dall'ambiente circostante. Al posto del consueto colonnato aperto (peristasi) vi era un muro di recinzione rafforzato da semicolonne doriche (pseudo-peristasi), sette sui lati brevi e quattordici su quelli lunghi, a cui corrispondevano, nella parte interna, pilastri rettangolari. Internamente il tempio era diviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), delimitati da muri perimetrali scanditi da dodici pilastri sporgenti all'interno. Elementi della decorazione architettonica della parte superiore del tempio (trabeazione) sono presenti tra le rovine, come i frammenti del frontone scolpito che, secondo la descrizione di Diodoro Siculo, era decorato su un lato da una gigantomachia e sull'altro dalla presa di Troia. Una delle caratteristiche più singolari del tempio sono i Telamoni alti circa 8 metri, gigantesche figure mitologiche maschili che sostenevano la trabeazione. Spesso i Telamoni sono interpretati come simbolo dei "barbari" Cartaginesi sconfitti.

Dinnanzi la fronte orientale del tempio, ad una distanza di circa 50 metri, sono visibili i resti di un altare monumentale con scalinata che conduceva alla piattaforma per i sacrifici.

Numerosi scavi e studi per ricostruire l'aspetto originario del tempio sono stati eseguiti a partire dall'inizio del 1800, sino alle recenti indagini affidate dal Parco all'Istituto Archeologico Germanico di Roma (POR Sicilia 2000-2006).

 

 

Quello ch'é rimasto del tempio di GiunoneQuello ch'é rimasto del tempio di Giunone

Tempio di Giunone (Hera)

Il tempio, la cui attribuzione a Giunone è dovuta ad una erronea interpretazione di un brano di un autore latino, è costruito in calcarenite locale e sorge in posizione dominante presso l'estremità orientale della Collina dei Templi.

L'edificio, di stile dorico (450-440 a.C. ), poggia su un basamento di quattro gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi. L'interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovavano le scale di accesso al tetto. Il basamento con tre gradini sul fondo della cella fu aggiunto in epoca successiva. La superficie di alcuni blocchi arrossati mostra i segni dell'incendio forse riconducibile alla distruzione di Akragas compiuta dai Cartaginesi nel 406 a.C.

Sul lato est si trovano i resti dell'altare monumentale preceduto da una scalinata di dieci gradini che conduceva al piano dove si celebravano i sacrifici.

Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dalla fine del XVIII secolo, quando furono risollevate le colonne del lato nord, sino agli ultimi interventi di tipo statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

A Ovest del tempio si trova Porta III - di cui oggi rimane ben poco a causa della frana di parte del costone roccioso - originariamente aperta in una rientranza obliqua rispetto alla linea delle fortificazioni e percorsa da una carreggiata stradale ancora visibile. Il sistema difensivo risalente alla fine del VI sec. a.C. fu rinforzato durante il IV sec. a.C. dalla costruzione, a Nord-Est della porta e del tempio, di un imponente torrione di cui oggi rimane parte del crollo dell'elevato.

 

Tempio della Concordia

Il tempio deve la sua denominazione ad un'iscrizione latina con dedica alla Concordia degli Agrigentini rinvenuta nelle vicinanze ma che non ha con esso alcuna relazione.

L'edificio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico (440-430 a.C.), poggia su un basamento di quattro gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi. L'interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovano le scale di accesso al tetto.

Tempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intatto

Tempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intatto

 

 

 

 

Tempio della Concordia l'unico ancora intatto (in restauramento)Tempio della Concordia l'unico ancora intatto (in restauramento)

Tempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'interno e l'esterno del tempio erano ricoperti da un rivestimento di stucco bianco sottolineato da elementi policromi. Le dodici arcate ricavate nei muri della cella e le tombe scavate nel pavimento sono dovute alla trasformazione Tempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intatto

 

 

del tempio in basilica cristiana, grazie alla quale l'edificio deve il suo ottimo stato di conservazione. Infatti, secondo la tradizione, verso la fine del VI sec. d.C. il vescovo Gregorio si insediò nel tempio e lo consacrò ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, dopo aver scacciato i demoni pagani Eber e Raps che vi risiedevano.

La persistenza di una duplice dedica ha fatto pensare ad alcuni studiosi che originariamente il tempio fosse dedicato ai Dioscuri Castore e Polluce. Sulla Tempio della Concordia l'unico ancora intattoTempio della Concordia l'unico ancora intattoroccia affiorante a Ovest del tempio si estendeva la necropoli paleocristiana (III-VI sec. d.C.) correlata alla trasformazione dell'edificio in basilica, comprendente un vasto settore di sepolture all'aperto (sub divo) scavate nel banco roccioso e un'ampia catacomba comunitaria con vari ipogei destinati a nuclei familiari; a Est del tempio sono visibili una serie di tombe ad arcosolio ricavate nello spessore del costone roccioso che aveva costituito la base delle fortificazioni di età greca.

 

Rovine del tempio di VulcanoRovine del tempio di Vulcano

Tempio di Vulcano (Efesto)

Il tempio, costruito in calcarenite locale, sorge su uno sperone roccioso a Ovest della Collina dei Templi ed è separato dal Santuario delle Divinità Ctonie (della terra) dal taglio naturale della Kolymbethra, la "magnifica piscina" realizzata durante il V sec. a.C. in cui confluiva una complessa rete di acquedotti.

La tradizionale denominazione è solo convenzionale e deriva Rovine del tempio di VulcanoRovine del tempio di Vulcanodall'interpretazione di un brano di un autore latino che colloca in questa zona un Collis Vulcanius, cosiddetto forse per la presenza di sorgenti di zolfo. L'edificio, di stile dorico (450-425 a.C.), poggia su un basamento di quattro gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi caratterizzate da scanalature con spigoli appiattiti.

L'interno del tempio era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella), in cui sono visibili le fondazioni di un tempietto più antico (VI sec. a.C.), era preceduto da Rovine del tempio di VulcanoRovine del tempio di Vulcanoun atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo). Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1928-29 quando, su iniziativa del capitano inglese Alexander Hardcastle, furono rimosse le case coloniche addossate al tempio, sino agli ultimi interventi di tipo statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

 

 

Tempio di Athena

Sulla collina di Girgenti, sorgeva un tempio dorico periptero, con pronao ed epistodomo, risalente al 2° quarto del V sec. a.C. la cui attribuzione ad Athena rimane incerta. Il tempio risulta inglobato nella Chiesa medievale oggi denominata di Santa Maria dei Greci, e di esso è ancora visibile parte del basamento e di alcune colonne della peristasi settentrionale e meridionale, incorporate nelle pareti della Chiesa, mentre sono andate perdute quelle della                                             fronte orientale e occidentale.

 

    

Tempio e Santuario di Asclepio (Esculapio)

Asclepio, il dio greco della medicina chiamato dai Romani Esculapio, era venerato ad Akragas in una grande area sacra (metà IV-II sec. a.C.) comprendente diversi edifici per il culto e lo svolgimento dei rituali terapeutici, così; come era consuetudine anche nelle altre località del Mediterraneo poiché i devoti che vi affluivano erano soprattutto ammalati.

Secondo un'ipotetica ricostruzione, i pellegrini che giungevano nel santuario agrigentino sistemavano i carri e le bestie con cui erano arrivati e acquistavano gli ex-voto fabbricati sul posto nelle strutture del complesso di Nord-Est e quindi iniziavano l'itinerario cultuale e terapeutico con riti di purificazione presso la fontana. Il percorso continuava con offerte di ex-voto nei pozzetti e nel tempietto (sacello) composto da due vani - pronao e cella con teca centrale (thesauros) - e poi con la visita degli altri edifici.

Il tempio é di stile dorico, suddiviso all'interno in un atrio di ingresso (pronao) preceduto da due colonne e in un vano rettangolare (cella) la cui parete posteriore é caratterizzata esternamente da due mezze colonne scanalate; ai lati della porta della cella, le scale di accesso al tetto decorato da gronde a teste di leone. Negli edifici porticati sui lati ovest e nord del santuario si trovavano ambienti di soggiorno e sale di cura; nel portico di Nord-Ovest é stato individuato il vano chiamato abaton dove si svolgeva il rito dell'incubazione. Tale rituale consisteva nel dormire nell'abaton attendendo, durante il sogno, la visione del dio che suggeriva un rimedio curativo o procurava una guarigione miracolosa. Dinnanzi al portico la presenza di una grande cisterna e di un recinto con altare indica lo svolgimento di altre cerimonie sacre. Nello spazio libero tra i diversi edifici si é ipotizzata, a seguito di studi sui pollini prelevati durante gli scavi archeologici, l'esistenza di un boschetto di querce e olivi recentemente piantati a cura del Parco (POR 2000-2006).

Tra gli ex-voto rinvenuti vi sono i "votivi anatomici" in terracotta, tipici del culto di Asclepio, che rappresentano in scala ridotta parti del corpo umano dedicate al dio come ringraziamento o preghiera per una guarigione ottenuta o richiesta. Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1926, quando, su iniziativa del capitano inglese Alexander Hardcastle e di Pirro Marconi, fu demolita la casa colonica fondata sopra il tempio, sino agli ultimi interventi di tipo statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

Tempio di Demetra

Nella parte orientale della città, sul fianco del ripido pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas (oggi torrente San Biagio), si trova il tempio di Demetra. L'edificio, costruito in calcarenite locale, è di ordine dorico (480-470 a.C.) e presenta una pianta semplice, senza colonnato, con vano rettangolare (cella) e atrio di accesso con due colonne antistanti. Il tetto era decorato da gocciolatoi per l'acqua piovana a forma di teste di leone.

Parte dell'elevato del tempio venne incorporata nella chiesa medievale di San Biagio, mentre le fondazioni sono ancora parzialmente riconoscibili dietro l'abside della chiesa. Poco distante sono visibili due altari rotondi con pozzo centrale che, al momento del rinvenimento, erano ricolmi di ex-voto. Sul terrazzo sottostante il tempio, fuori la cinta muraria, si trova il cosiddetto Santuario rupestre dedicato anch'esso al culto demetriaco. Il tempio era collegato alla Rupe Atenea, l'antica acropoli della città, da una strada di cui sono ancora visibili i segni delle carreggiate sulla roccia e sovrastava il settore monumentale delle fortificazioni di Porta I.

 

 

 

 

       

Tempio di castore e polluceTempio di castore e polluceSantuario delle divinità Ctonie e Tempio dei Dioscuri

Demetra e Persefone, madre e figlia, protettrici della fecondità della natura e dell'uomo, erano chiamate dai Greci divinità ctonie, ovvero divinità della terra. Il loro culto era così diffuso in tutta la Sicilia che gli autori antichi definivano l'Isola "dono di nozze a Persefone da parte di Zeus" e la stessa Akragas era                                             detta "la terra di Persefone".

Tempio di castore e polluceTempio di castore e polluceNel settore occidentale della Collina dei Templi si estendeva una immensa area sacra dedicata al culto delle due dee, suddivisa in tre terrazzi contigui che sovrastavano la Kolymbethra, la "magnifica piscina" realizzata durante il V sec. a.C. in cui confluiva una complessa rete di acquedotti. Lo studio dei resti archeologici e degli oggetti rinvenuti ha permesso di ricostruire i diversi momenti del rituale religioso che era celebrato soprattutto da donne e che è attestato dalla fondazione della colonia (VI sec. a.C.) sino ad epoca ellenistica (IV-II sec. a.C.).

 

 

 

Tempio di castore e polluceTempio di castore e polluceI devoti che giungevano al santuario entrando da Porta V, probabilmente acquistavano gli ex-voto presso le botteghe dei ceramisti addossate fuori dalle mura e pervenivano nel terrazzo a Est della porta dove iniziavano il percorso rituale con le offerte e la visita ai tempietti e alle sale di accoglienza e riunione del portico. Il culto continuava nell'attiguo terrazzo dove si trovavano diversi tempietti, recinti e altari per la celebrazione dei sacrifici di animali che si svolgevano tra canti e profumi d'incenso; dopo il sacrificio la carne dell'animale veniva cucinata e mangiata sul posto da tutti i devoti. Nell'estremo terrazzo occidentale, occupato solo da poche strutture e da alcuni basamenti che sostenevano statue dedicate alle dee (donari), si concludeva l'itinerario cultuale con canti, danze e l'offerta di deposizioni di piccoli oggetti - vasi, lucerne o statuette in terracotta - entro buche scavate nel terreno e protette da pietrame. Da quest'area proviene una testina in terracotta, databile al VII sec. a.C., che costituisce la testimonianza più antica del culto per le due divinità.

Tempio di castore e polluceTempio di castore e polluceNel terrazzo mediano si trova il tempio tradizionalmente detto dei Dioscuri, di cui è visibile la ricostruzione dell'angolo nord-ovest eseguita nel 1836 dalla Commissione delle antichità della Sicilia. Il tempio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico (480-460 a.C.) e presenta una pianta simile a quella degli altri templi agrigentini con sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi.

L'intervento di restauro ottocentesco ne ha fortemente compromesso l'aspetto originario, poichè sono stati messi insieme elementi architettonici pertinenti a fasi cronologiche diverse, come i gocciolatoi per l'acqua piovana a forma di testa di leone che risalgono ad epoca ellenistica.

Poco più a Sud si trova il cosiddetto Tempio L, di cui restano solo la trincea di fondazione e una grande quantità di tamburi di colonne; inoltre sono visibili le rovine dell'altare antistante al tempio destinato ai sacrifici.

 

         

Tempio di Iside

Non si conoscono le preesistenze ellenistiche insistenti nell'area del terrazzo settentrionale dell'agorà superiore in contrada San Nicola, ma di esso è stata ben portata in evidenza la sistemazione di un'ara sacra iniziata in età augustea con modifiche attuate nel corso del I–II sec. d.C. Essa consiste in un triportico delimitante una piazza di m 60 x m 36, su cui si erge un tempio con podio. Il tempio, probabilmente dedicato alla dea Iside, si compone di cella e pronao ad avancorpo su podio. La lunghezza complessiva dell'edificio è di m 18,00 x 7,60; e l'altezza massima conservata relativa al basamento è di m 1,50. Al podio si accedeva mediante due rampe laterali di nove gradini contenuti tra l'aggetto laterale del muro nord del podio medesimo e il muro di spalla sagomato a volute. Probabilmente il tempio aveva una cella indivisa su basamento con pronao ad avancorpo più largo è aggettante sui lati e con sei colonne sulla fronte e due laterali. La trabeazione presenta un fregio dorico. Il triportico aveva un numero complessivo di 62 colonne a fusto liscio intonacato e due mezze colonne terminali. Il portico è largo m 4,80. Interessante è il blocco del fregio dorico del portico, costituito da metope alternate a triglifi, con l'inserimento di un elemento a rilievo liscio che, con un intervallo di due triglifi, si sostituisce al triglifo stesso. Portico e tempio sono di età tardo augustea-tiberiana; La costruzione dalle rampe laterali di accesso si pone nel corso del II sec. d.C. Il complesso monumentale è rimasto in vita sino oltre la fine del IV sec. d.C., finchè sopravviene il suo abbandono: avvenimento da porre verosimilmente in relazione con il sacco di Genserico del 440 d.C.